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L'arte dell'ascolto

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Messaggio  5vm il Sab Apr 19, 2008 4:16 pm

Ecco gli appunti completi di Antonella presi dalla sua registrazione:

L’ARTE DI ASCOLTARE
Veronica Rossi, 2 febbraio 2008

Esperienziale, che cosa significa? Significa fare pratica, sperimentare, sperimentarsi in prima persona. Ovviamente qui non ci sono i vostri figli, presenti, che possano dire la loro. Ma ci siete voi e quindi è importante lavorare con voi, su di voi. E poi sarà meglio anche per l’azione con i figli, que-sto poi è l’obiettivo secondario. Ma la cosa principale siete voi nel rapportarvi a loro, e quindi si o-pera vivendo il qui ed ora dell’esperienza, facendo tesoro di quello che si vive nel corso dell’incontro per poi affrontarlo anche nelle volte successive. Avrete modo anche a casa di riflettere su quanto è emerso nella giornata. Vorrei con voi fare un lavoro principalmente su quelle che sono le vostre risorse. Evitiamo di buttarci giù, di pensare è stata colpa mia, ho sbagliato tutto; a volte può venire nei genitori questo modo di sentirsi, di sentire di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma proviamo a capire quali sono le vostre risorse, focalizzarle (perché spesso magari non ci rendiamo neanche conto di averle), e cerchiamo di potenziarle, di rafforzarle. Facciamo una palestra delle risorse, perché rafforzandoci noi viviamo meglio i rapporti difficili. Invece buttandoci giù i rapporti difficili continuano a rimanere difficili. Questo è quello che cercheremo di fare in questi incontri. Una risorsa molto importante in generale, nei rapporti con i figli ma anche nei rapporti fra di noi, è la capacità di ascoltare. È il tema che volevo farvi sperimentare oggi. Vedremo più avanti perché è così fondamentale riuscire ad ascoltarsi e riuscire soprattutto ad ascoltare l’altro. Un poco lo abbiamo accennato prima, adesso vorrei farvi fare un esercizio. Ci tengo a dire che gli esercizi sono esperienze artificiali, quindi cercate in tutti i modi di attenervi alle consegne dell’esercizio; questo non perché vogliamo creare delle esperienze sterili, ma per cercare di usare, in questo caso, la capacità di ascolto delle persone. In questo modo anche voi potrete rendervi conto quanto siete predisposti o meno all’ascolto dell’altro. Ho bisogno di due volontari. L’esercizio è questo: dovete scegliere un argomento di qualsiasi tipo, per esempio il divorzio, il carnevale, quello che vi pare, e dovete artificiosamente una persona essere favorevole a quell’argomento e l’altra essere contraria. È simulato ovviamente. Mettetevi di fronte, al centro; questa posizione è di vicinanza, quindi c’è voglia di in-contrarsi. La vicinanza presuppone intimità. Chi inizia deve dire una delle motivazioni per cui, per esempio, è favorevole. L’altra, prima di dire la sua posizione, deve sintetizzare quello che la prima ha detto. Esempio: tu mi hai detto questo, invece io ti dico… Poi ritocca all’altra. Così cerchiamo di creare una conversazione, sintetizzando sempre l’ultima cosa che ha detto l’altra. Gli altri osservino come avviene questo scambio, se sono rispettate le consegne che ho dato, se c’è alternanza ecc. […] Quando tu hai detto “così mi stai insultando”, non hai rispettato le consegne perché hai dato una in-terpretazione delle sue parole. Tu invece dovevi limitarti ad ascoltare senza esprimere giudizi. Tra l’altro lui non ti ha detto “sei incivile”, ma “questa cosa è incivile”. Non è la stessa cosa: tu sei par-tita col dato di fatto che lui ti stava insultando. E questo che errore è? È prevenire le intenzioni dell’altro, e poi attribuirgliele in maniera ineluttabile; diventa poi difficilissimo per l’altro riuscire ad uscire da questa interpretazione, perché tu sei già partita con l’interpretazione. Tu devi distinguere tra quello che uno è e quello che uno fa. Non è che tu sei incivile, è quando tu fai quell’azione che diventi incivile. Ma non è che tu sei incivile per definizione. Capita nel parlare che uno si senta piccato, magari lui voleva proprio puntare su quello. Ma è importante distinguere il comportamento dalla persona, e questa è una cosa che dobbiamo fare sempre con i nostri figli. Un conto è come uno si comporta, un conto è “tu non mi piaci come persona, tu sei una persona che non vai bene”. Tu hai sovrapposto i due messaggi perché spesso si sovrappongono e quindi dobbiamo aiutare i figli e noi stessi a fare questa distinzione. Tu vai bene come persona, tu mi piaci, io ti voglio bene, però ti de-vo dire che stai sbagliando, da genitore ti dico che questa è una cavolata. Attribuire il biasimo alla persona invece che all’azione interrompe subito lo scambio. Un conto è sbagliare, un conto è essere una persona sbagliata. Se io penso che tu sbagli anche mille volte, non penso però che tu non vai bene come persona, che sei sbagliato. La differenza non è sottile, è sostanziale. È dire io comunque ti voglio bene, sei una persona positiva. A volte i comportamenti sbagliati possono durare anni, per esempio nei matrimoni. Se il figlio viene bocciato, è giusto dire che questa è la conseguenza di un comportamento sbagliato che ha mantenuto per tutto l’anno, ma non è giusto dire dato che tu sei un fallito non potevi non essere bocciato; questa è una condanna, un giudizio, che poi il ragazzo si por-terà sempre dietro, quando avrà 25 anni, 30 anni, dirà io non posso che sbagliare perché sono un fal-lito. È più facile dire sei un disgraziato, un cretino, che dire io ti voglio bene, ma ti detesto quando hai certi comportamenti. […] Se tu lo punisci e lui risponde mamma ti voglio bene e ti ha abbrac-ciato, è un successo: vuol dire che ha accettato la tua punizione. Poi ricordatevi che esiste pure il giorno dopo. Se pensate di aver avuto un atteggiamento negativo, sbagliato, riprendete il discorso con calma dopo, quando vi è sbollita la rabbia. Ma dovete anche rispettare i loro tempi; voi dovete capire che loro soffrono, non siate implacabili, aspettate che anche loro si calmino. Evitate possi-bilmente di convocarli per dei “parlamenti” solenni, aspettate che siano loro ad avvicinarsi (a parte urgenze irrimandabili!). Per adesso prendete l’abitudine, quando parlate con loro, di rimandare co-me in uno specchio le loro argomentazioni. Questo serve a far capire che avete veramente sentito quello che hanno detto, e che non state semplicemente ripetendo la vostra tesi al muro. Lo state ri-specchiando, gli state rimandando i suoi stessi argomenti, prima di sostenere le vostre ragioni. Basta fare questo, senza andare ad interpretare, a fare leva su quello che hanno detto per affrontare temi molto più vasti e fondamentali per l’educazione. Il dialogo si apre se il ragazzo si sente ascoltato; è come se si aprisse una porta e la persona si sente capita, e può aggiungere qualcos’altro, la conver-sazione non viene chiusa. Quali sono le regole dell’ascolto? Il silenzio, essere attenti, non dare sfo-go ad eventuali emozioni negative, non dare giudizi, non dare interpretazioni preventive, essere o-biettivi, decodificare dal suo linguaggio, anche non parlato, trovare il tempo e la voglia di ascoltare, e quando questi non ci sono, dirlo apertamente e rimandare la conversazione ad un altro momento; meglio così che fare finta di ascoltare, distrattamente. Quando il figlio non capisce, vuol dire che non può capire, quindi è inutile insistere; meglio rimandare, dopotutto loro crescono ogni giorno, ogni mese. Lo stesso argomento di solito deve essere ripreso più volte nel corso degli anni. Fa parte del compito di essere genitori anche essere “pesanti”: così ci vedono loro, è inutile cercare l’approvazione come nella conversazione con un adulto. L’adolescente all’adulto, soprattutto al ge-nitore e all’educatore, lo vede comunque come una persona noiosa, ripetitiva e invadente. Questo ferisce il nostro amor proprio ma dobbiamo capire che così è la psiche adolescenziale, è il passaggio necessario dall’adorazione infantile all’autonomia mentale dell’adulto. Quindi aspettarlo. Contra-riamente si arriva allo scontro, perché l’adolescente non ha la capacità di ascolto che “dovrebbe a-vere” l’adulto. Il genitore che volesse evitare questo si ritroverebbe inevitabilmente ad abdicare al ruolo di educatore, con tutte le conseguenze del caso. Il genitore in questa fase della vita è pesante, quindi ci dobbiamo abituare ad essere considerati pesanti. Un altro discorso è ricavare dei momenti in cui veramente si ascolta il figlio, senza dare consigli, suggerimenti e rimproveri riallacciandosi ad altro. Non approfittate dei momenti in cui è lui ad avvicinarsi per parlare voi. Arrivano di solito dei momenti in cui il figlio vuole parlare un po’ di sé al genitore; quella è proprio l’occasione per dire va bene sto con te, parlami di te. Questi momenti di ascolto non significano che uno non fa più il genitore, ma permettono al figlio, che ha una personalità in evoluzione, di sentirsi ascoltato, capito e di valutare se stesso. Se in quel momento non potete, spiegate il perché, dite che siete comunque di-sponibili e “accordatevi” per un momento favorevole ad entrambi. La contrattazione è una regola aurea coi figli adolescenti. È chiaro che se mentre lui parla io guardo da un’altra parte o rispondo al telefono, è difficile che si crei una comunicazione. Poi non giudicate: il giudizio fa parte molto dell’essere genitori, ed è da tener conto che ognuno di noi ha un genitore interno che poi, per transfert, può proiettare sul figlio. Cerchiamo quindi, in quei momenti, di fare piazza pulita dentro di noi dei retaggi problematici che ci portiamo appresso da una vita e di ascoltare veramente l’altro, senza già avere in testa un giudizio. Questo vale anche tra gli adulti. Poi essere autentici, non finge-re di essere un’altra persona; loro se ne accorgono, quindi è inutile che ci mettiamo a impersonare un ruolo o un personaggio. Essere noi stessi, attenzione, non significa raccontare i fatti nostri al fi-glio, errore tipico del genitore single. Autentico vuol dire essere in pace con se stessi e mostrare come siamo. Poi il rispetto: il figlio è una persona, anche se in crescita, in evoluzione, ha diritto al rispetto come qualsiasi adulto, se non altro perché è nostro figlio, per il bene che gli vogliamo. Rispettare non vuol dire accettare tutto quello che fa, ma rispettarlo per quello che è. L’ultima regola è munirsi di empatia, mettersi nei panni dell’altro. Quando li ascoltate dovete fare uno sforzo empatico per capire che cosa l’altro sta dicendo veramente, che cosa sta provando, dal suo punto di vista. Che cosa sta provando, perché mi sta dicendo questo? Teniamo conto che noi adulti abbiamo “pan-ni” molto consolidati, anche un po’ rigidi nel senso di stabili, le cosiddette sovrastrutture; di queste dobbiamo sforzarci di liberarci per metterci nei panni di un adolescente. Senza per questo confon-derci con lui; non dobbiamo abdicare al nostro abito adulto comportandoci come ragazzini, per spe-rimentare le stesse cose loro, ma entrare un momento nella sua pelle per cercare di capire come si sente, e poi tornare in noi stessi. Quindi le cinque regole dell’ascolto sono: non distrarsi, non giudi-care, essere autentici, rispettare, essere empatici (mettersi nei panni dell’altro). La prossima volta vedremo invece le trappole dell’ascolto.

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