5vm
Vuoi reagire a questo messaggio? Crea un account in pochi clic o accedi per continuare.

COME COMUNICARE CON GLI ADOLESCENTI

Andare in basso

default COME COMUNICARE CON GLI ADOLESCENTI

Messaggio  5vm il Dom Apr 13, 2008 1:57 am

COME COMUNICARE CON GLI ADOLESCENTI
di Gigi Avanti, 16 febbraio 2008

Come far sì che la comunicazione fra noi e i figli sortisca gli effetti desiderati? In altri termini, come farsi ubbidire? Dobbiamo evitare l’atteggiamento ansioso rispetto al futuro dei figli, tra paura del domani (tensione) e attuazione del qui e ora, base per ogni relazione sana. La tensione è l’attenzione rivolta la futuro, ma quando entra dentro troppa ansia, c’è corrosione del rapporto. L’educazione non può essere pianificata più di tanto, molto è contingente. Scrive il poeta Kalil Gibran: “I vostri figli non sono vostri figli. Sono figli e figlie del desiderio ardente che la Vita ha per se stessa. Essi vengono per mezzo di voi, ma non da voi. E benché siano con voi, non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri. Potete dare alloggio ai loro corpi, ma non alle loro anime, poiché le anime dimorano nella casa del domani, che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni. Potete sforzarvi di essere come loro: non cercate però di renderli come voi. La vita, infatti, non torna indietro né indugia sul passato. Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono lanciati. L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi piega, con la sua potenza, perché le sue frecce volino veloci e lontane. Lasciatevi piegare con gioia dalla mano dell’Arciere; poiché come egli ama la freccia che vola, così ama pure l’arco che è ben saldo”. Non dev’esserci la possessività fagocitante. Quando il figlio comincia a pensare a modo suo, ciò disturba il genitore. Gli adolescenti tendono ad inseguire i grandi ideali: è giusto che essi corteggino le idee, ma non che le sposino, per non essere costretti poi a dolorosi divorzi. L’adolescente dà più valore alle idee che alla realtà concreta. La parola ‘idea’ deriva dal verbo greco idêin, vedere, da cui anche il verbo latino video e quello italiano vedere. Invece a noi adulti cercare di visitare la casa del futuro provoca solo ansia. Il rapporto educativo deve essere inteso come un tramite tra Dio, che ha creato ognuno di noi, e i figli. Noi dobbiamo essere archi adeguatamente tesi, con gioia, fidandoci non di noi stessi, ma di Dio. L’educazione è accompagnata da paura e desiderio che il figlio vada via; ma se non se ne vanno, il rapporto educativo è fallito. Nelle fasi difficili bisogna fidarsi del progetto di Dio, anche se non ne vediamo il compimento. Vietare qualcosa ai figli significa cercare di negare ciò che ci dà ansia come genitori; è qui che bisogna ricorrere alla gioia calma e fiduciosa, cioè bisogna accettare l’ansia e dare il permesso. Curarsi del figlio sempre e soltanto nei momenti di rabbia, stimola il figlio ad avere atteggiamenti che provochino rabbia; la rabbia viene identificata con l’attenzione da parte del genitore. Invece quando il figlio sbaglia, per dargli attenzione bisogna innanzi tutto confermare il suo punto di vista, cioè mostrare che lo stiamo ascoltando e capiamo di cosa sta parlando; poi disconfermarlo, cioè evidenziare la non validità di quel pensiero; solo a questo punto possiamo arrivare a rifiutare il suo punto di vista. Da evitare assolutamente le profezie che poi inevitabilmente si avverano, e inoltre esulano da quello che è il personale stato d’animo del genitore, che invece interessa di più il figlio. Bisogna rispettare e fidarsi delle sensazioni dei figli, altrimenti penseranno che le loro sensazioni sono fallaci e saranno loro a non fidarsi di loro stessi. La comunicazione può essere superficiale, informativa, opinionale (si comunicano le proprie opinioni), emozionale (si condividono gli stati d’animo e le emozioni), intima (si condivide il proprio Io più profondo ed i propri sentimenti). Ci sono due modi buoni e due modi cattivi di educare i figli: i permessi e le autorizzazioni da una parte, i divieti e gli ordini dall’altra. Sono speculari tra loro.

PERMESSI:
1. di esistere
2. di provare sensazioni fisiche
3. di sentire emozioni
4. di pensare
5. di essere intimo di qualcuno
6. di essere se stesso (anche in relazione all’età)
7. di riuscire (dall’utero)

DIVIETI o PERMESSI NEGATI:
1. non esistere
2. non provare sensazioni fisiche (sazietà, caldo…)
3. non sentire emozioni
4. non pensare
5. non essere intimo di nessuno
6. non essere te stesso
7. non riuscire (dall’utero)

AUTORIZZAZIONI:
1. soddisfa i tuoi bisogni
2. rispetta te stesso
3. agisci
4. prenditi il tuo tempo
5. sii te stesso

ORDINI:
1. sii forte
2. compiaci
3. sforzati
4. sbrigati
5. sii perfetto

Tutti i permessi negati contengono un messaggio: devi essere come dico io. “Il mondo di oggi è carico di tensioni e povero di tenerezza” (Giovanni Paolo II). L’unica maniera corretta di trasmettere amore è la tenerezza; qualsiasi altra modalità è violenza. Tenerezza vuol dire andare coi piedi di piombo (in punta di piedi), soprattutto perché le nostre percezioni possono essere errate, quindi meglio aspettare la conferma. La mitezza non è mancanza di rabbia, ma autocontrollo, rabbia al momento giusto. La negazione della propria rabbia genera tristezza. È giusto vigilare sul percorso logico del figlio, per chiedergli conto della sua razionalità, ma non negategli il permesso di pensare. Meno spiegazioni e più domande. Gli adolescenti non hanno chiari i moventi e le finalità delle loro azioni, per cui è bene stimolare i loro ragionamenti con domande. L’adolescente cade sempre nella tentazione di trasformare il desiderio di avere (cupidigia) in un bisogno esistenziale, confondendo bisogni e desideri e l’essere con l’avere. Il desiderio (desiderare in latino significa “cessare di contemplare le stelle”, a scopo augurale s’intende, quindi “bramare”) ha ragione di esistere se mira a qualcosa che non si può ottenere soddisfacendo un bisogno materiale. Tutti i permessi indicati nella tabella si devono dare con gradualità; ogni ceppo di legno ha un diverso punto di fumo quindi modalità e tempi diversi di accensione. Per accendere un ceppo, ci vuole quindi il giusto fuoco (cioè l’amore), e poi accettare che ogni ceppo ha dentro di sé, fin dalla creazione, un suo specifico tipo di calore, suo personale e quindi non corrispondente al nostro. Le autorizzazioni non devono essere date come ordini, ovviamente, ma tramite domande e ragionamenti. Scegliere la strada dei divieti e degli ordini rischia di portare alla rottura dei rapporti, oltre che generare infelicità nei figli. Un adolescente considera ogni proprio desiderio come un bisogno, cioè una necessità irrinunciabile; invece i bisogni dell’uomo sono solo sei: stimoli, contatto fisico, riconoscimento, identità sessuale, strutturazione del tempo, indipendenza. La mancanza di contatto fisico genera ansia e depressione. Il riconoscimento può essere verbale, non verbale e gestuale. Indipendenza significa che il proprio benessere non dipende dal benessere di altre persone o dall’assenza di problemi: è un benessere interiore, acquisito. Con il denaro si possono soddisfare i desideri, ma non i bisogni. È importante avere la capacità di non puntare unicamente alla soddisfazione dei desideri, anzi imparare anche a differire questo soddisfacimento, e col tempo a rinunciarvi. Con l’amabilità si esprime la tenerezza; la tenerezza infatti è un modo di essere, l’amabilità è un modo di fare. Diceva Pascal che l’infelicità dell’uomo è dovuta al fatto che non è capace di stare seduto tranquillo in una stanza. La felicità non sta nella soddisfazione dei desideri, ma in quella dei bisogni. Preghiera del pallavolista statunitense Kirk Kilgour (1947-2002): Due volte campione: “Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi: Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà. Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio. Gli domandai la ricchezza per possedere tutto: mi ha fatto povero per non essere egoista. Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me: Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro. Domandai a Dio tutto per godere la vita: mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto. Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo, ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà. Le preghiere che non feci furono esaudite. Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!”. “Figli, perdonateci se, per anni, vi abbiamo lasciato credere che solo il lavoro, solo la carriera sono necessari per diventare importanti. Perdonateci, se vi abbiamo trasmesso cose e non valori, denaro e non idee. Perdonateci, se vi abbiamo insegnato la via facile, non la via giusta. Perdonateci, se abbiamo dedicato più tempo ai rimproveri che ai buoni esempi. Perdonateci, se abbiamo preferito un fascio da 100 in più allo sfascio della famiglia. Perdonateci, se non troviamo mai il tempo per guardarvi negli occhi, per parlarvi, per sorridervi. Perdonateci, se abbiamo sbagliato operazione: abbiamo fatto la moltiplicazione delle cose e la sottrazione dell’amore. Perdonateci, se non vi abbiamo fatto venir voglia di Dio”. Permettere ai figli di minacciarci significa trasformare la paura in angoscia e diventare ricattabili. Bruno Ferrero sul numero di gennaio 2006 del Bollettino Salesiano ha pubblicato l’articolo “30 consigli per genitori frettolosi” (http://www.sdb.org/BS/articolo.aspx?newsID=6665).

Il diagramma dei sentimenti:
PAURA GIOIA
TRISTEZZA RABBIA

GIOIA: percepire se stessi ok e l’interlocutore ok (anche il passato, il futuro, tutta l’esistenza)
RABBIA: percepire se stessi ok e l’interlocutore non-ok
TRISTEZZA: percepire se stessi non-ok e l’interlocutore non-ok
PAURA: percepire se stessi non-ok e l’interlocutore ok

La gioia è quella situazione di vita in cui il figlio è consapevole di: essere unico, avere valore, esistere. Fisicamente si colloca nel cuore. Prendere coscienza di esistere come persone uniche e irripetibili ci porta gioia. La gioia nasce da questa autoconsapevolezza interna, nessuno ce la può togliere e niente può darcela dall’esterno, se non l’abbiamo già dentro di noi. La felicità è nell’avere (soddisfacimento dei desideri), la gioia nell’essere (soddisfacimento dei bisogni); cercare la gioia nel soddisfacimento dei desideri (ossia nell’accumulo, anche esistenziale: un buon matrimonio, bravi figli…) porta inevitabilmente il figlio a non avere mai la gioia. La sensazione di non esistere porta tristezza; anche la tristezza si colloca fisicamente nel cuore. Il figlio vede tutto negativo perché è dal di dentro che c’è poca luce: non percepisce quindi l’unicità e il valore della propria esistenza. Lui non è ok, e niente è ok. Il limite patologico della tristezza è la follia, quando il dolore manda fuori di testa. La follia si riversa su se stessi, portando come estrema conseguenza al suicidio o alla morte di crepacuore. La rabbia scaturisce dall’errato convincimento che niente e nessuno è alla sua altezza; il figlio rabbioso si sente perfetto (per essere perfetto gli manca solo un difetto), e l’imperfezione altrui (soprattutto del genitore) scatena la sua rabbia. Fisicamente, si colloca nello stomaco. Il limite patologico della rabbia è la paranoia, quando il figlio vede tutto il positivo in se stesso e tutto il negativo negli altri; l’estrema conseguenza della paranoia è l’omicidio. Davanti a un figlio rabbioso, è opportuno mostrare la propria giusta rabbia; il genitore mite non è quello permissivo, ma quello che sa arrabbiarsi al momento giusto. Non è opportuno farsi violenza reprimendosi, che è pur sempre una forma di violenza appunto. La paura blocca tutto: azioni, speranze, desideri. Anch’essa si colloca nello stomaco (la vergogna invece nell’intestino). Il desiderio e la paura sono due facce della stessa medaglia. Il desiderio di fare bella figura, per esempio, si accompagna alla paura di fare brutta figura, anzi meglio scaturisce da essa. Il limite patologico della paura è la depressione. I sentimenti sono come alberi da frutto, ogni sentimento è un frutto; i frutti/sentimenti devono essere colti, cioè riconosciuti, per quello che sono, senza negarli, e senza trattarli tutti allo stesso modo. Dire a un figlio “stai calmo”, quando è arrabbiato; “non aver paura”, quando ne ha; “non piangere”, quando è triste, equivale a dirgli “non sentire emozioni, non pensare, non essere te stesso, in una parola, non esistere”. Invece davanti ad un sentimento di paura, tristezza o rabbia bisogna saper offrire il soddisfacimento dei bisogni che vi sono sottesi: offrire protezione al figlio che ha paura, offrire la propria calma al figlio arrabbiato, offrire consolazione (vicinanza, fisicità) al figlio triste. Anche perché i sentimenti sono contagiosi, e se quei bisogni non vengono soddisfatti, quei sentimenti di rabbia, paura e tristezza si contageranno agli altri familiari. È vero che mostrarsi calmi davanti al figlio in collera può avere l’effetto dirompente di farlo arrabbiare ancora di più, ma questo non è un male: la rabbia si sfoga tutta e poi il figlio si calma. L’importante è che il genitore riconosce che lui è in collera e mostra di comprendere le sue motivazioni, anche se non le condivide. Attenzione: anche quando il figlio mostra gioia dobbiamo mostrarci ugualmente interessati a lui e non lasciarlo solo con la sua gioia; infatti la gioia esprime il bisogno di condivisione. In conclusione: di tanto in tanto dobbiamo smettere di cercare la felicità… e limitarci ad essere felici.

Un post di Antonella spostato in questa sezione

_________________
5vm

COME COMUNICARE CON GLI ADOLESCENTI 5x5vm4
Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.
Il Piccolo Principe
5vm
5vm
Admin

Messaggi : 122
Data di iscrizione : 05.01.08
Età : 58

http://www.cinquevoltemamma.altervista.org

Torna in alto Andare in basso

Torna in alto


 
Permessi in questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum.